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Lavorare nel settore agricolo, si sa, comporta sacrifici e molto lavoro fisico. Negli ultimi anni inoltre, a causa dei cambiamenti climatici tale ambito presenta molti rischi. Oggi, rispetto al passato, ci sono molte più probabilità di perdere un intero raccolto per cause naturali come inondazioni, siccità, attacchi fitosanitari, etc.

Immaginate ora di vivere nel Sahel, di essere una donna che lavora da mattina a sera il suo pezzo di terra, con un temperatura media di 30°/35° C, disponendo di mezzi rudimentali e dovendo percorrere distanze importanti per poter annaffiare le piante. Ora pensate alla vitale importanza della buona riuscita del raccolto dato che questo lavoro sfama voi e la vostra famiglia.

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Queste 4 brevi righe descrivono la quotidianità delle donne della Cooperativa Orticola di Kambila, e di molte, moltissime altre donne africane. Le donne della cooperativa in totale sono più di 250, ma solo 30 di loro hanno avuto la possibilità di beneficiare degli strumenti messi a disposizione dal progetto DVD Mali (formazione tecnica e micro-credito). Con la crisi economica globale alcuni settori, come quello della Cooperazione allo Sviluppo, hanno perso di “importanza” ricevendo sempre meno fondi.

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Sono donnelavoratrici forti e combattive, che non perdono facilmente l’entusiasmo e il desiderio di migliorare le condizioni socio-economiche proprie e familiari. La loro età va dai 18 ai 60 anni, e in media hanno 4/5 figli. I più piccoli di loro, portati sulla schiena come da tradizione, “accompagnano” le madri in ogni loro spostamento.

Se è vero che da un lato le donne sono fermamente convinte dell’enorme impatto positivo e della sostenibilità dei mezzi messi a loro disposizione dal progetto DVD Mali; dall’altra parte sono emerse principalmente 2 problematiche: la mancanza di attrezzature agricole più efficienti e la difficoltà nell’estrarre l’acqua dai pozzi e nel trasportarla.

Spiegare a queste donne, che lottano quotidianamente per assicurare la sussistenza alle proprie famiglie, perché l’Occidente preferisce investire risorse in settori completamente diversi e socialmente inutili rispetto alla Cooperazione Internazionale risulterebbe di difficile comprensione per loro. Ma Tamat, con il prezioso supporto dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese, non demorde, proprio come le donne del progetto, nel continuare il proprio lavoro di sostegno alle popolazione che vivono nell’area subsahariana, economicamente la più povera del mondo. Perché coltivare il proprio orto, per quanto piccolo, è sempre un atto di resistenza!

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